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Addio branzino, resteranno calamari, alghe e meduse
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Nel timore che i pesci vengano a mancare, si cercano sostituti altrettanto sani e nutrienti ispirandosi all'Oriente.

MILANO - Meduse, alghe, calamari giganti: un giorno li porteremo in tavola al posto delle sogliole e del baccalà? I biologi marini lanciano l'allarme: se la pesca selvaggia continua come in questi ultimi decenni, entro il 2050, il mare non avrà più pesce. Oggi, nel mondo se ne mangia in media 16,4 kg a testa l'anno (una ventina in Europa). Secondo la Food and Agricolture Organization le proteine del pesce forniscono, in media, un quinto delle proteine necessarie per l'alimentazione della popolazione mondiale. E la domanda cresce soprattutto in Occidente, essenzialmente per motivi dietetici: il pesce è per lo più ipocalorico, ha pochi grassi, poco colesterolo, molte proteine. Ma come faremo domani, se il mare non ci darà più pesce? «Non esistono alimenti del tutto insostituibili — sottolinea Andrea Ghiselli, dell'Inran, Istituto Nazionale di Ricerca per Alimenti e Nutrizione, di Roma —. «Però il pesce non ha in natura sostituti identici. Se dovessimo farne a meno bisognerebbe integrare la dieta con combinazioni di cibi diversi. Per esempio, con alimenti ricchi di grassi vegetali, come oli, frutta secca tipo mandorle, nocciole. Con un po' più di carne per le proteine e per il ferro che contiene. Però il pesce è anche ricco di iodio, elemento non facilmente reperibile altrove». Biologi e chef di cucina creativa si stanno comunque scervellando per trovare nel mare possibili alternative altrettanto abbondanti, nutrienti e appetitose.

CAMBIAMENTI CLIMATICI - Secondo un'indagine della rivista anglosassone NewScientist, pubblicata il 7 marzo, le promesse su cui puntare sono quelle creature del mare, che si stanno sviluppando rapidamente a causa di cambiamenti climatici, inquinamento, scomparsa di pesci predatori che finiscono nelle reti. Si inizia con le meduse comparse in grandi quantità in mari depauperati come Mediterraneo, Mar Nero, Golfo del Messico, Mare del Giappone. Ne esistono varietà di 2 metri di diametro. Tipiche della cucina asiatica, essiccate e salate, in Cina finiscono nelle insalate, in Giappone nel sushi, in Tailandia le mangiano ridotte in spaghetti. Vantaggi: hanno pochi grassi, molto rame, ferro, selenio, ma poche proteine (5% contro il 17-20% del pesce). Anche i calamari sono in rapido aumento (soprattutto nel golfo di Tailandia e coste sul Pacifico degli Stati Uniti) anche a causa della pesca intensiva dei tonni, che sono loro predatori. Hanno un elevato contenuto di proteine (16%), vitamine B, selenio. Ma sono ricchi di colesterolo. Le varietà più grandi sono adatte per bistecche che però vanno cotte pochissimo perché col calore induriscono e sono gommose. Anche le alghe sembrano una promessa data l'enorme quantità disponibile, ma ci sono molti problemi da risolvere: quando affiorano sono facili da raccogliere ma non è possibile sapere in anticipo il luogo del loro affioramento. Quelle brune, tipo spirulina, presenti nei grandi laghi, sanno di formaggio. Quelle marine, ricche di acidi grassi omega 3, hanno sapore di acciuga. Nel complesso però hanno poche proteine. Oltretutto possono essere mescolate con specie tossiche. Boris Worm, ricercatore del Census of Marine Life Projet, scommette però che anche fra 50 anni mangeremo il pesce di sempre. Più che nell'allevamento delle meduse, confida nella creazione di zone marine protette che permettano la rigenerazione delle specie da pesca.

Roberta Salvadori

[Fonte: CORRIERE DELLA SERA.it - Salute/Nutrizione - 22/3/2009]





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