|
Consumare molti grassi saturi potrebbe vanificare i benefici dei grassi «buoni»
MILANO - Gli omega-3 fanno bene, ormai c'è una miriade di ricerche a confermarlo. Pare però che consumarne in quantità associandoci una dieta che non lesina grassi saturi, l'effetto positivo possa essere del tutto vanificato. È l'ipotesi di una ricerca sperimentale, condotta per ora solo sui ratti, pubblicata su Hypertension.
RATTI – Lo studio, condotto da un team internazionale di scienziati, parte dall'assunto che quando il cuore è «stressato», come in caso di insufficienza cardiaca, un'alimentazione ricca di grassi saturi possa impedire alle cellule cardiache di assorbire gli acidi grassi polinsaturi buoni presenti nell'olio di pesce. Infatti, i ratti alimentati con olio di pesce e una dieta a basso contenuto di grassi mostrano un aumento della massa ventricolare sinistra (indice dell'ingrossamento e della scarsa funzionalità cardiaca) di appena il 4 per cento; in quelli che mangiano olio di pesce e grassi saturi in quantità il cuore si «gonfia» del 36 per cento. In più, la dieta a basso tenore di grassi saturi associata agli omega-3 non farebbe attivare alcuni geni connessi all'insufficienza cardiaca. «Le attuali linee guida indicano di limitare i grassi saturi al 7 per cento delle calorie giornaliere e di consumare pesce due volte alla settimana – dicono gli autori –. I nostri dati suggeriscono che per massimizzare gli effetti benefici degli omega-3 i pazienti a rischio cardiovascolare dovrebbero associarvi una dieta a basso contenuto di grassi». Il che, peraltro, non è un suggerimento poi così assurdo. DUBBI – «Tutto ciò ha una base razionale – commenta infatti Claudio Galli del Dipartimento di Scienze Farmacologiche dell’università di Milano, che da anni si occupa di metabolismo lipidico e acidi grassi omega-3 –. Però i dati andranno confermati e approfonditi, intanto perché si tratta di uno studio nell'animale, in secondo luogo perché non mi sembra particolarmente convincente. I ratti, da che mondo è mondo, hanno una dieta che prevede in media il 3 per cento di grassi: quelli dell'esperimento arrivavano al 10 per cento del totale delle calorie nel caso dell'alimentazione “low-fat”, addirittura al 60 per cento nella dieta ad alto contenuto di grassi. Un'enormità anche per un essere umano, che durante l'evoluzione si è adattato a mangiare i grassi (le popolazioni che ne consumano in maggior quantità arrivano al 38 per cento), uno sproposito per un ratto. Le condizioni sperimentali sono quindi un po' forzate e i risultati possono solo fare da spunto a ulteriori indagini». Che dovranno scandagliare anche altri aspetti non secondari: ad esempio i livelli basali di omega-3, perché l'impatto sulla salute cardiovascolare di un'eventuale maggior consumo o supplementazione è diverso se una persona è carente o ne ha a sufficienza. «Anche i grassi saturi non sono tutti uguali: alcuni dati, ad esempio, sembrano indicare che lo stearico sia meno “cattivo” del palmitico – aggiunge Galli –. La mole di dati raccolti sugli omega-3 è ormai enorme, ma bisogna anche specificare che per alcuni effetti c'è relativa certezza, altri sono meno sicuri. Si sa ad esempio che sono antiaritmici, antinfiammatori, che diminuiscono la pressione e riducono i trigliceridi; invece, non abbassano il colesterolo. Semmai rendono più “fluida” e quindi meno facile alla rottura e alla formazione di trombi la placca aterosclerotica, perché favoriscono la formazione di particelle LDL di dimensioni maggiori, che portano meno facilmente alla comparsa di aterosclerosi», conclude Galli. |